Recensione Ultimi rimorsi prima dell’oblio

Vuoi ricevere quotidianamente le ultime recensioni nella tua casella di posta? Registrati e attiva il servizio

Ultimi rimorsi prima dell’oblio

È una specie di “grande freddo” questo Ultimi rimorsi prima dell’oblio, di Jean Luc Lagarce, ultima in ordine di tempo fra le commedie di quest’autore francese diventato famoso dopo la morte precoce, rappresentate in Italia in questo che può giustamente essere definito come “l’anno Largace”. Ma al contrario che nel film di Lawrence Kasdan, qui i sei personaggi si riuniscono in una casa di campagna non per ricordare l’amico morto ma per firmare gli atti della vendita di quella casa in cui tre di loro hanno vissuto a lungo, nel tempo della giovinezza, una storia d’amore a tre.

Se c’è qualcosa di morto, in questa storia che può contare sulla bella traduzione di Franco Quadri, sono proprio loro, i personaggi, e il grande freddo è sceso sui loro sentimenti, sulle loro vite senza che se ne siano accorti. In questa casa in cui i destini si incrociano, in cui le coppie sembrano più che mai spaiate agli occhi della figlia indifferente e beffarda di una di loro, la verità sembra sempre sul punto di essere detta, ma è sempre taciuta. Eppure molte cose nel fiume di parole che i personaggi si gettano addosso l’uno con l’altro, ci vengono rivelate al di là dei voluti silenzi. Veniamo così a sapere molto di Hélène e dei suoi due innamorati Pierre – professore di mezza età, l’unico che sia rimasto a vivere nella casa – e Paul, che invece se ne è andato e che lì torna con la giovane, nevrotica e gelosa moglie Anne. E tocchiamo con mano il comportamento piccolo borghese del marito di Hélène, Antoine, venditore di auto usate, indulgente e credulone. Tutti esseri dai sentimenti confusi, segnati da una sottile nevrosi, incapaci di amare ma con un bisogno disperato di essere amati. Niente viene concluso alla fine e tutti se ne vanno ben sapendo che non si rivedranno mai più.

Gretti, egoisti e fragili i protagonisti si muovono nello spettacolo di Lorenzo Loris come degli automi, a scatti, fra piccoli gesti sottolineati e nervosi, tutti chiusi in se stessi, esclusa la giovani ragazza e forse Hélène, a cui l’autore regala la capacità e la consapevolezza, sia pure impotente, del rimpianto. Loris ha costruito attorno a questi personaggi una stanza chiusa da alte pareti candide, che suggerisce diversi piani di rappresentazione al di là di un velario. Un mondo geometrico quasi artefatto, studiato per fare da contenitore all’inquieto fluire dei sentimenti, al balenare delle passioni, attorno al quale il regista costruisce un contenitore sonoro, che segue passo passo questo film dell’impossibilità e dell’impotenza dell’amore.

A chiudere la scena in alto, uno spazio in cui si proiettano immagini in bianco e nero anni ’60, un flash back in cui i protagonisti rivedono, quasi in un film mentale, i giovani che sono stati. Questo tempo di uno scontento senza remissione, infinito, questo sentimento a fior di pelle che si ubriaca di parole così tipico di Lagarce, ha in Sara Bertelà, Sabrina Colle, Gigio Alberti, Giovanni Franzoni, Alessandro Quattro, Paola Campaner i suoi bravi interpreti.

Visto al Teatro Out Off di Milano

___Hai assistito a questo spettacolo? Scrivi la tua recensione (max 10 righe). Registrati ed entra a far parte della community di Delteatro.it!

___ di maria grazia gregori