Recensione Santa Lucia della Bella Speranza

Santa Lucia della Bella Speranza

13:28 – domenica 22 marzo 2009

Santa Lucia della Bella Speranza

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Santa Lucia della Bella Speranza

Taverna Est è il nome di un giovane gruppo teatrale napoletano che si è formato in un’area sociale sotterranea e marginale. Un paio d’anni fa si era distinto per uno spettacolo caratterizzato da una travolgente freschezza linguistica e interpretativa, O’ mare, che l’autrice-regista Sara Sole Notarbartolo aveva allestito con una serie di attori-musicisti-artisti da strada provenienti da diversi contesti. Oggi, dopo un ulteriore tratto di percorso, la compagnia perde forse inevitabilmente qualcosa della sua vitalistica informalità, ma per fortuna conserva intatta la sua vena fortemente personale, difficilmente riconducibile a modelli codificati.

In particolare, se O’ mare raccontava attraverso brevi scenette allusive, canzoni, scalcinati “numeri” di varietà la vicenda metaforica di cinque emblematici sans-papier in fuga verso il mare, in Santa Lucia della Bella Speranza il tentativo sembra quello di costruire una storia più strutturata, in qualche modo più compiuta: il testo prende indirettamente le mosse da una legge che stabiliva, a partire dal 31 dicembre 2007, la chiusura di tutti gli istituti di accoglienza per minori, brefotrofi, orfanotrofi, o la loro riconversione in case-famiglia: in pratica, migliaia di adolescenti senza genitori lasciati privi di assistenza, abbandonati a se stessi.

Qui non si avverte, insomma, quel senso prorompente di un teatro che pareva farsi da sé, scaturendo dai corpi stessi degli attori, che improntava O’ mare: qui c’è una specie di episodio di cronaca nera, il misterioso incendio appiccato a uno di questi istituti, nei cui locali ormai chiusi vivono ancora quattro ragazzini dimenticati da tutti. Il tema della solitudine si intreccia dunque con l’indagine poliziesca: chi ha acceso il fuoco? I bambini, ansiosi di liberarsi, i preti, prima di partire? Intorno a queste domande si dipana un impianto drammaturgico in verità un po’ incerto e inconcludente, che rimbalza tra ottusi interrogatori e ambigui squarci biografici.

Anche in senso scenico la continua ricomposizione dello spazio attraverso tavoli metallici che diventano gabbie, barriere, scalette ha un che di ripetitivo. Però lo stile aguzzo della Notarbartolo si riafferma nell’intensità di quelle figurette sghembe, che affiorano dalla penombra come memorie spettrali, nella naturalezza con cui affiancano la parola al suono dei propri strumenti, nell’inquietante estraneità dei loro gesti ritorti, echi di danza butoh, riflessi di un clima morboso dove le ripicche, le innocenti perfidie quotidiane si intrecciano a una ritualità pagana, in cui il miracolo della santa o di una qualche statua piangente sembra sempre alle porte.

Visto al Teatro Verdi di Milano

di renato palazzi