Recensione Romeo e Giulietta non sono morti

Romeo e Giulietta non sono morti

23:24 – domenica 19 giugno 2011

Romeo e Giulietta non sono morti

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Romeo e Giulietta non sono morti

Il Fringe, la rassegna di formazioni indipendenti del Napoli Teatro Festival, è un grande contenitore in cui si trova di tutto, teatro e danza, gruppi italiani e gruppi stranieri, audaci esperimenti e messinscene tradizionali. Se giorni fa si è parlato di una performance ad alto tasso cerebrale come Cowboys (recensione), va ora segnalata una proposta che sembra collocarsi al polo opposto, il prodotto di una “filiera corta”, a chilometri zero, come oggi si dice di certi cibi artigianali: si tratta del delizioso Romeo e Giulietta non sono morti, di Salvatore Caruso – già attore di Arturo Cirillo, l’irresistibile pelatino del Don Fausto di Petito – e Tonia Garante.

Nella loro rilettura del dramma scespiriano, i due autori-interpreti provano a immaginare cosa sarebbe accaduto se esso avesse avuto un finale diverso, se Romeo fosse arrivato in tempo nella fatidica cripta, e Giulietta al risveglio lo avesse trovato al proprio fianco: i celebri amanti, approdati a Napoli per sfuggire alle conseguenze della morte di Tebaldo, vengono dunque colti dopo una quindicina d’anni di vita di coppia, disoccupati, inaciditi, pronti a rinfacciarsi a vicenda i propri fallimenti esistenziali. Nel misero locale in cui abitano, costellato di trappole per topi, lei rammenda calze a pagamento, lui le riconsegna, entrambi consumati dai rimpianti.

Ma la vera trovata non consiste nell’inventare un seguito, immancabilmente amaro, di quella passione tanto breve quanto folgorante, che è in fondo un espediente già visto: il clou dell’operazione sta nella scelta di alternare una parlata dimessa, quotidiana, a stralci del testo originale, quelli ispirati alla più accesa esaltazione amorosa. Ingegnosamente, i brani scespiriani vengono usati in chiave acremente parodistica (Romeo che a giorno fatto resta a letto dicendo che «non è l’allodola») o ribaltati in intonazioni sferzanti, o infine quasi recuperati nella loro intensità poetica, come residui di un passato ormai lontano.

Tra perfidia e tenerezza, fra cadenze partenopee ed echi veronesi, ciò che è soprattutto sorprendente è la constatazione che Shakespeare – come spesso accade in questi casi – non ne esce affatto con le ossa rotte, anzi forse ci guadagna: si potrà dire che queste due povere anime ingrigite dall’abitudine, tradite dal venir meno dei loro sogni risultano in definitiva più strazianti di quelle altre là, stroncate nel pieno del loro ardore da un fato ineluttabile? E che Caruso col parrucchino e la Garante col suo vestito rosso della festa appeso al muro incarnano sentimenti più umani e più autentici di tanti finti adolescenti arrampicati sul balcone?

di renato palazzi