Recensione Passio Laetitiae et Felicitatis

Passio Laetitiae et Felicitatis

06:48 – mercoledì 21 gennaio 2009

© Federico Riva

Laura Marinoni e Silvia Altrui in Passio Laetitiae et Felicitatis di Giovanni Testori. Regia di Valter Malosti

© Federico Riva

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Passio Laetitiae et Felicitatis

Rivelando una straordinaria coerenza dell’ispirazione, unita a una incessante ricchezza espressiva, le opere di Testori si presentano – specialmente in un certo periodo, fra la fine degli anni Sessanta e il quindicennio successivo – quasi come un blocco unico, un fitto intreccio di rimandi e citazioni dove gli stessi temi, la stessa densa costruzione linguistica rimbalzano dal teatro alla narrativa alla poesia. Più avanti verrà l’adesione a Comunione e Liberazione e il “rientro”, se così si può dire, nell’alveo di una fede meno tormentata e contraddittoria: ma quella è l’epoca dello “scandalo”, di una sacralità che si manifesta nel rifiuto, nella provocazione.

L’appassionata messinscena da parte di Valter Malosti di Passio Laetitiae et Felicitatis, un testo del ’75, scritto in forma di romanzo, è interessante soprattutto per questa lettura in controluce cui si presta: senza voler fare della filologia testoriana, si nota subito che la vicenda della suora Felicita e del suo amore torbido, disperato nei confronti dell’adolescente Letizia – l’orfanella che alla fine, dopo essere stata scoperta dalle consorelle, ucciderà per poi suicidarsi – richiama i motivi centrali di un copione teatrale di qualche anno prima, La monaca di Monza, la redenzione celebrata nel delitto, la ricerca di Dio attraverso il peccato e la trasgressione.

La morte in moto del fratello, amato anche in senso carnale, che ha segnato il suo destino, ricorda un’analoga situazione dell’Arialda, la costruzione verbale barbarica, barocca è quella de L’Ambleto e del Macbetto, mentre la feroce negazione dei valori della vita riflette il livido nichilismo che percorreva l’intera “trilogia dello scarozzante”: ma qui, trattandosi dell’adattamento di una struttura narrativa, questi nuclei di significato spiccano come “in vitro”, quasi stagliandosi al di sopra del contesto, e si caricano di una forza in qualche modo più elementare, anche se la regia ne accentua un vago sottofondo di dolcezza.

La peculiarità dell’approccio di Malosti consiste infatti nel tentativo di unire all’ormai nota asprezza testoriana una sorta di leggerezza, particolarmente evidente nell’interpretazione della brava Laura Marinoni, come il rimpianto di quel perduto accento sulla a che separa il nome della protagonista dall’illusione di un’impossibile felicità terrena: anche il finale, che evoca un aldilà soavemente pacificato, in un brano d’altronde già tagliato dall’autore, non appare proprio in linea col tono generale dell’intreccio, e col serrato clima da rito funebre cui è improntato il resto dello spettacolo, fra ceri accesi e sinistri armadi-bare.

Un’autentica invenzione di questo “studio”, che ha debuttato la scorsa estate al Festival delle Colline Torinesi, è invece la scelta, nel ruolo della ragazzina, della giovane Silvia Altrui, che ha un fisico da bambina e una personalità da attrice esperta e smaliziata.

di renato palazzi