Recensione Pagliacci e Cavalleria rusticana

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Pagliacci e Cavalleria rusticana

L’accoppiata è classica, ma, stavolta, invertita: prima Pagliacci, poi La Cavalleria rusticana, decisione che ha irritato uno dei nostri massimi critici, Paolo Isotta, che parla di “errore di grammatica”. Non saprei, e cedo al sapere dello studioso. Dal punto di vista cronologico però sì, poiché l’opera di Mascagni fu presentata per la prima volta nel 1890 e quella di Leoncavallo nel 1892; ma si può invenire anche un’altra ragione, meno banale: chè, se la Cavalleria è totalmente legata al suo secolo, musicalmente e strutturalmente, i Pagliacci hanno fremiti novecenteschi, non fosse altro per quel “teatro nel teatro” che avrà sviluppi ramificatissimi (Pirandello), senza peraltro inferirne una superiorità artistica.

Comunque il povero Leoncavallo, bistrattato da molta critica e anche dai colleghi – Mascagni lo definiva doppia bestia, scindendone il cognome – era in realtà un musicista finissimo e un ottimo letterato, come attesta il bellissimo libretto che, sappiamo, si ispira a un fattaccio reale, successo intorno al 1870, a Montalto Uffugo, di Calabria, e di cui era stato giudice il padre del musicista: l’episodio in qualche modo coinvolgeva la famiglia, perché un loro cameriere, innamoratosi di una saltimbanca evidentemente ricambiato, finì sgozzato dal di lei marito, il saltimbanco. Nel programma di sala, un bellissimo saggio di Roman Vlad, racconta le “disgrazie” critiche, i pregiudizi soprattutto italiani sul musicista napoletano e ne evidenzia invece le qualità, le capacità e l’innovazione. Comunque, per quanto poco considerato dagli studi accademici, Leoncavallo è da sempre amato dal pubblico e le arie della sua opera sono conosciute anche da chi non ha mai messo piedi in un teatro lirico.

Per cui stupisce che, alla Scala, si applaudisse l’aria del celebre prologo, magnificamente interpretata da Ambrogio Maestri, prima che fosse terminata. Circolava, nella serata che mi ha visto partecipe, una claque di supporto e anche ignorante, visto l’esito infelice della prima, dove i dissensi hanno colpito soprattutto i due tenori, Canio e Turiddu e il giovane maestro Harding. Alla seconda, quella di cui parlo, tutto è andato molto meglio. È vero, Josè Cura ha perso lo smalto vocale e il fiato che aveva dieci anni fa, anche l’avvenenza fisica, si è appesantito un po’ in tutto. Resta comunque, un interprete ideale di Canio, come lo è stato di Turiddu, per capacità drammatiche e verità interpretativa. Tutto il cast comunque dei Pagliacci mi è sembrato di ottimo livello, a cominciare da Maestri già citato alla bravissima Oksana Dyka, anche procacemente adatta, al tenero Beppe ovvero Arlecchino di Celso Albelo infine al Silvio di Mario Cassi, non dimenticando, trattandosi inoltre di due opere anche corali, della straordinaria prova fornita dal coro sia in Pagliacci che ancor più sorprendente in Cavalleria. In quest’ultima invece qualcosa dal punto di vista degli interpreti non funzionava: intanto il Turiddu di Salvatore Licitra, la cui caratura verista sconfina nell’urlo sguaiato e/o strozzato. Peccato, perché ha presenza scenica e vocalmente una bella voce nei medi. Luciana D’Intino ha potenza e giusta intonazione ma recita come se fosse una diva del muto, sembra la parodia di Francesca Bertini, la mamma Lucia ha la drammaticità di un tiglio, bene tutti gli altri, ma ripeto, soprattutto il coro. Poco felice, eccessivamente altisonante la direzione di Harding, in Mascagni, più mossa e suadente anche, in Leoncavallo, precisa nel cogliere gli afflati lirici e le smagliature espressioniste.

Cito per ultimo, l’elemento più significativo di questa rappresentazione scaligera: la regia di Mario Martone, indubbiamente un altro successo della direzione di Lissner. Non nascondo di nutrire nei riguardi di Martone una sorta di venerazione che forse mi vela un po’ il giudizio, ma tutto ciò che ho visto di lui, sia in campo cinematografico (per ultimo, l’emozionante Noi credevamo) che in campo lirico e teatrale mi ha comunque affascinato. Per restare nella lirica, cito la trilogia italiana di Mozart, che ho visto al San Carlo, la Matilde di Shabran a Pesaro, la Lulu al Massimo, tra le regie migliori che abbia mai visto. A cui aggiungo ora queste due opere: Per i Pagliacci – spostati di cento anni e dislocati sotto uno svincolo autostradale, che ospita insieme alle prostitute, i carrozzoni di una smandrappata compagnia circense e teatrale (senza bisogno di pensare ai Rom), dove Silvio arriva con una rombante giulietta appunto d’epoca – Martone crea un’atmosfera di grande tensione emotiva, e l’accentua facendo accadere in platea gli episodi salienti, tra cui l’uccisione finale di Nedda e Silvio. L’effetto è straordinario. Ancor più geniale è la regia della Cavalleria Rusticana, dove, durante il preludio strumentale, trapassa sulla scena un bordello molto verista, e scompare. La scena poi è immersa in vuoto cupo, via ogni orpello folkloristico, tipo vasetti di gerani, carretti siculi e corredo simile. C’è la massa del popolo che arriva con le sue sedie per seguire la messa pasquale, sovrastata da un grande crocifisso. Al rituale della messa, puntualmente seguito, si contrappone sul proscenio il rituale della tragedia, la gelosia, la disperazione, il tradimento, la vendetta, in presenza di tutti. Turiddu dà un ultimo bacio a mamma Lucia in un nero fondale, poi esce nel buio, nel silenzio appare Santuzza, quando dal nulla arriva l’urlo: “Hanno ammazzato compare Turiddu”. La madre cade a terra svenuta, mentre dal fondo irrompe la folla del paese, atterrita e partecipe nella pietà e nella condanna. Davvero una grande regia.

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___ di piero gelli