Recensione ‘Na specie de cadavere lunghissimo

Na specie de cadavere lunghissimo

05:13 – martedì 01 marzo 2011

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‘Na specie de cadavere lunghissimo

Il testo più forte e sconvolgente della stagione è un poemetto inedito di un autore milanese, Giorgio Somalvico, che in un romanesco reinventato e visionario, denso di richiami a Gadda e a Testori – un magma verbale duttile, corposo come è sempre la pagina di chi scrive in una lingua estranea, costruita a tavolino – racconta l’uccisione di Pasolini dal punto di vista dell’assassino: o meglio, più che dal punto di vista, che già implicherebbe una categoria del pensiero, dal buio della sua sensibilità ottusa e sovreccitata, della sua esagitata sottocultura da borgata, nutrita di fumetti e di slogan da stadio, devastata da echi consumistici.

Quando Somalvico ce lo evoca in folgoranti endecasillabi, l’efferato omicidio è ormai avvenuto, «Pino la rana», il ragazzo di vita che l’ha rabbiosamente perpetrato, è già in fuga notturna sull’Alfetta del poeta, «mazza, se vola / sto missile! / ‘Na favola / Le rote / Me sa che manco più tòccheno tera…». Piange e ride, «Pino la rana», ancora preda dell’ebbrezza del suo gesto, e insieme vinto da un’oscura compassione: gli spiace un po’ per quel «frescaccio», quel «beccamorto» che «ciaveva ‘na faccia de famoso», ma dal motore «’na voce amica senza ffa na’ piega, / Continua a ribadirgli “che tte frega”».

L’assassino è figlio di quella società imbarbarita, devastata dal potere televisivo che la sua vittima andava denunciando da anni. E infatti lo spettacolo ideato e interpretato dall’attore-rivelazione Fabrizio Gifuni, e allestito da Giuseppe Bertolucci, lo fa apparire al culmine di un complesso percorso drammaturgico, che passa dalla distruzione dell’Italia contadina analizzata negli Scritti corsari o nelle Lettere luterane all’inquieto sguardo su una generazione di giovani torvi e vuoti, fino al riconoscimento da parte di Pasolini di una simbolica responsabilità paterna, che lo porta a prefigurarsi «morto nella polvere», come Laio.

Proprio nella lucida inesorabilità di questo itinerario verso l’accettazione di un ruolo in qualche modo sacrificale sta il primordiale nucleo tragico del bruciante «assolo», presentato dal Teatro delle Briciole di Parma con la Fondazione Culturale Edison: e Gifuni lo rende davvero incalzante, passando dai toni chiari e suadenti delle enunciazioni teoriche – dette quasi faccia a faccia con gli spettatori – alla febbrile intensità dei versi friulani da La nuova forma della meglio gioventù a quel deflagrare di truculenze gergali e puri lacerti sonori, cui corrisponde un crescendo gestuale da marionetta impazzita.

di renato palazzi