Recensione La trilogia della villeggiatura

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La trilogia della villeggiatura

Un Goldoni che ha sciacquato – per così dire – i suoi panni a Mergellina, come un crocevia di storie di attori e di stili che si mettono a confronto. Succede se a firmare la regia della Trilogia della villeggiatura è un regista-attore come Toni Servillo, interprete molto amato dal pubblico sia cinematografico che teatrale al suo atteso debutto in questo spettacolo coprodotto da Teatri Uniti e dal Piccolo Teatro.

Un Goldoni un po’ speciale con tre commedie scritte in italiano che ha ormai abbandonato le maschere e che qui racconta una storia di borghesi squattrinati e di ragazze in fiore, di amori infelici, di pettegolezzi, di inquietudini, di ordinaria infelicità nel perenne contrasto fra vecchi e giovani, fra l’aspettativa di un mondo diverso che non si realizzerà e l’accettazione pigra di un presente senza luce. Gente pronta al precipizio del fallimento pur di non mancare al rito snobistico della villeggiatura non importa se rovinandosi definitivamente: l’importante è essere protagonisti nei riti mondani estivi.

Al suo primo incontro con Goldoni, Servillo parte dalla riduzione di Giorgio Strehler che lo mise in scena nel 1954, per poi ritornarvi più volte in giro per l’Europa con allestimenti rimasti famosi. Ma poi se ne allontana, scegliendo un suo personale percorso e un approccio originale: il risultato è uno spettacolo che ha una sua ragione e un suo ritmo interno molto ben definito, in cui a venire in primo piano sono più che i dolori, le intermittenze del cuore, quel senso di inguaribile malinconia che guida le esistenze dei personaggi giovani che sono i veri sconfitti di questa vicenda.

Una storia segnata dalla ricerca di un’impossibile felicità che sembra percorrere questa società allo sbando, che cerca di tamponare la propria infelicità con le parole, difficili da dire e da pensare se il pensiero, la consapevolezza di ciò che conta davvero nella vita sono ancora lontani. Servillo regista, con l’aiuto delle scene di Carlo Sala, gioca lo spettacolo fra dentro e fuori, fra le stanze chiuse e un po’ opprimenti delle case di città alle quali si contrappone la lussureggiante natura della villeggiatura dove si vive soprattutto all’esterno, illuminati da un sole sfolgorante e dove si svolge la vita oziosa e annoiata dei villeggianti fra giochi di carte, corteggiamenti, risate, raggiri, inganni amori senza lieto fine.

Come attore Servillo riserva per sé la parte dello “scrocco” Ferdinando che corteggia pieno di speranze una vecchia stralunata (la divertente Betti Pedrazzi) pur di avere in cambio la sicurezza economica: passo strascicato, parole al ralenti, occhialini neri per riparasi dal sole ma forse anche per nascondersi: imbroglione ma simpatico è il vero motore di tutta la storia, il tessitore d’inganni in un mondo che paradossalmente sembra aspettare solo questo.

Intorno a lui ruotano tutti i personaggi, a cominciare dagli adulti che dovrebbero essere saggi e che forse lo sono sia pure alla loro maniera, interpretati da Gigio Morra, che più che saggio è pedante, e da Paolo Graziosi, irresistibile nella sua pigrizia da simpatico nullafacente.

E poi in questa commedia dell’amore e del caso ci sono i giovani, le vittime predestinate, due coppie che non sono bene assortite dove lui ama lei che ama, riamata un altro che a sua volta è amato non troppo felicemente dalla sorella del primo. Ma le pene d’amore sono destinate a rimanere senza costrutto, senza happy end: è tempo di entrare nell’età adulta davvero, di essere responsabili e di sapere che dietro le facciate spesso è l’infelicità che conta.

Lo capiscono a loro spese le due coppie di giovani: la Giacinta di cui Anna Della Rosa rende gli slanci del cuore ma anche la capacità di sacrificare il proprio amore per Guglielmo, ragionatore romantico (il convincente sottile Tommaso Ragno) e prendersi invece Leonardo (Andrea Renzi) che la ama ma che certo non è un bravo amministratore dei propri beni e la peperina Vittoria di Eva Cambiale, per la quale è facile pronosticare una vita malinconica.

Così succede anche agli altri protagonisti della trilogia, che vorrebbero ma non possono raggiungere quello status sociale e quella felicità che anche il democratico Goldoni non era disposto a concedergli.