Recensione La locandiera delle Belle Bandiere

La locandiera delle Belle Bandiere

11:17 – venerdì 05 marzo 2010

La locandiera

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La locandiera delle Belle Bandiere

Siamo ormai abituati e vedere i testi di Carlo Goldoni riletti se non proprio completamente rivoluzionati. Il secolo appena trascorso, del resto, ha visto succedersi interpretazioni importanti del grande commediografo veneziano da Visconti a Strehler fino a Cobelli, e nel secolo nuovo Servillo.

Fra i testi più indagati e più “riscritti” scenicamente c’è senza dubbio La locandiera forse per l’indubbia modernità dell’approccio al personaggio femminile, ribelle nei confronti dei comportamenti del tempo, in lotta per la propria libertà, significativamente consapevole della dignità dell’essere donna anche se alla fine non potrà fare a meno di accettare il male minore: il matrimonio con il suo cameriere Fabrizio. È duro gestire una locanda se si è donna e non si ha né l’autorità paterna né quella maritale come protezione… Mirandolina lo scopre verso la fine della commedia o perlomeno così ci fa intendere, ma onestamente non ne sarei così sicura: per questo personaggio nato – come ebbe a scrivere lo stesso Goldoni – dopo la sua lettura della Minna von Barnhelm di Lessing un altro testo costruito attorno a una figura femminile di grande dignità e orgoglio, la soluzione finale non è che un ripiego nei confronti delle leggi sociali e familiari dell’epoca. Ma c’è da giurare che il fuoco di un’impossibile rivoluzione femminile continuerà a covare sotto la cenere di un perbenismo di facciata.

Quale testo poteva essere più adatto alla rielaborazione di Elena Bucci e Marco Sgrosso, che già si erano avvicinati a un’eroina femminista come l’Hedda Gabler di Ibsen in modo assai convincente e con notevole forza espressiva? Cos’è allora che non ci persuade del tutto in questo spettacolo peraltro apprezzato dal pubblico? Certamente non i tagli e neppure la riduzione all’osso della scenografia dove pochi oggetti bastano per evocare un mondo oltre alle ombre cinesi e alle luci di Matteo Nanni e neppure i costumi stilizzati che citano l’epoca. Piuttosto è quella presunta leggerezza, quel trasformare quasi in una farsa una commedia, che invece è piena di cassetti nascosti, è quella continua piacevolezza a tutti i costi anche quando l’umore dei personaggi è nero e l’infelicità palese perché proprio no, Mirandolina non ce la fa a essere arbitro del proprio destino, e lo sa bene. Nei limiti di una lettura come questa, Elena Bucci si rivela una buona Mirandolina e Marco Sgrosso, che è il misogino Cavaliere di Ripafratta, si confronta con lei in gustose scene di rifiuto e di seduzione come in sintonia con il punto di partenza si muove tutta l’affiatata compagnia. Ma…

di maria grazia gregori