Recensione La Fura dels Baus: Metamorfosis

La Fura dels Baus: Metamorfosis

23:31 – giovedì 12 febbraio 2009

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La Fura dels Baus: Metamorfosis

È perlomeno doppia la Metamorfosis della compagnia di teatro visuale catalana La Fura dels Baus, attualmente in tournée nel nostro Paese. La prima è quella celeberrima del romanzo di Franz Kafka da cui lo spettacolo è tratto; la seconda è quella operata dal direttore artistico Alex Ollè e dallo sceneggiatore Javier Daulte – alla sua prima collaborazione «furera». Inserita la parola tra gli elementi portanti e abbandonati i grandi spazi, i cast con decine di artisti (qui solo cinque), soprattutto disarmato buona parte del suo potenziale provocatorio, i due inseguono un modello di teatro più «istituzionale», potente ma solo a tratti, affetto da cadute di ritmo e momenti didascalici.

Lo spettacolo si apre su un enorme telo bianco che occupa l’intero spazio scenico. Qui scorre, proprio come negli highlights di una telenovela, il video-prologo del dramma, girato da Franc Aleu ed Emmanuel Carlier. Gregor, sportellista delle Ferrovie, è preda di allucinazioni a sfondo sessuale e tormenti esistenziali. Approfittando di un momento di assenza, si impossessa della rivoltella di una guardia. La stessa arma che il giovane – interpretato da un convincente Ruben Ametllé – si punta alla tempia quando, passando dal video alla scena, lo ritroviamo rinchiuso in un grande cubo trasparente montato su ruote, luogo fisico nel quale si autoconfina, ma anche simbolo della corazza di insetto che intuiamo averlo reso prigioniero di un incubo. Accompagnato da un televisore ossessivamente sempre acceso, assistiamo alla mutazione bestiale di Gregor, resa percepibile attraverso i dialoghi (in castigliano, tradotti nei sopratitoli) dei genitori e della sorella minore, Grete, unica sua confidente. Quale dottore potrebbe curare il «disturbo» di Gregor? Nessuno, si rispondono risolutamente padre e madre. Meglio tenerlo segregato, meglio tacere e negare. Del resto, la vita continua, Grete è ancora da maritare. E così via, in un crescendo di abiezione, fino alla decisione di sbarazzarsi del giovane, considerato ormai un’inutile e fastidiosa palla al piede. Una decisione sancita da un accoppiamento consumato in fretta, su un tavolo.

Pur non rappresentando una delle produzioni più memorabili della navigata compagnia catalana, Metamorfosis è un toccante apologo sulla diversità, sull’effetto straniante del diluvio informativo e delle tecnologie sulla società contemporanea, che rendono virtuali i rapporti tra le persone, condannandole talvolta – soprattutto le più giovani – a disturbi comportamentali gravi. Come l’hikikomori, vale a dire la tendenza – studiata per la prima volta in Giappone, dove lo spettacolo ha debuttato nel settembre 2005 – a isolarsi per mesi o addirittura anni in un ambiente (solitamente la propria stanza), rifiutando ogni contatto umano a eccezione di quelli mediati dalla telematica (chat, Internet, e-mail…). L’assunzione della parola come elemento centrale, unita a una messinscena carente della debordante vitalità, del gusto per la provocazione tipici della compagnia catalana (si prenda, per esempio, XXX basato sulla rivisitazione di De Sade, o il precedente ØBS), rendono lo spettacolo meno aderente ai canoni cosiddetti fureri. Ne risulta una messinscena trattenuta, quasi pudìca, non esente da momenti apertamente moralisti e didascalici, di chiaro impianto pedagogico. Al di là della prova attoriale di buon livello dei cinque interpreti, con l’acuto di un Ametllé che si esprime praticamente solo con il corpo, gli stimoli migliori ci sono sembrati provenire dalle frequenti digressioni video, che si alternano, fino a «incastrarsi» efficacemente con la recitazione, mettendo in rilievo i passaggi più drammatici e regalando al pubblico un beffardo finale in perfetto stile televisivo, cui fa difetto solo il jingle con la marca del prodotto ripetuta fino allo sfinimento.

di enzo fragassi