Recensione La Cenerentola di Matthew Bourne

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La Cenerentola di Matthew Bourne

L’8 marzo 1941 la Luftwaffe nazista bombardò Londra, distruggendo, tra l’altro, la sala da ballo del Cafè de Paris: il raid causò morte, dolore e distruzione ma insieme suscitò nell’indomito spirito britannico un spirito di revenge, ben ispirato dalle parole di Churchill. Parole diventate epica, in seguito: così come il Blitz è diventato una delle pagine più dolorose e potenti della storia patria, tramandato come esempio della capacità di risorgere di un popolo piagato ma mai vinto.

Cinderella, il nuovo “show” di Matthew Bourne che Ravenna Festival ha proposto al pubblico italiano in prima nazionale, è letteralmente intriso di questo spirito, insieme nostalgico, affettuoso, malinconico e partecipe. Lo è fin dalle prime battute: quando il pubblico viene accolto in sala dal rumore degli aerei che sembrano sorvolare lo spazio; quando brevi fasci di luce tagliano l’oscurità del coprifuoco; quando un videogiornale ci mostra la cronaca bellica, esaltando lo spirito patriottico. Un’atmosfera insieme cupa e brumosa, accresciuta dalle scene – come sempre intelligentemente efficaci – di Lez Brotherston, che firma anche i bellissimi abiti d’epoca, e dalle luci nebbiose di Neil Austin. E poi c’è la musica del balletto di Prokofiev, anch’essa così dolente e cupa, benché con tratti di speranzosa felicità, che non a caso fu scritta proprio in pieno conflitto, dal 1941 al 1943.

E così ancora una volta, come già per il suo celeberrimo Swan Lake, Matthew Bourne – coreografo, regista e drammaturgo fino al midollo – traduce sia la struttura di un balletto dell’alta tradizione (non dimentichiamoci che in Inghilterra Cinderella di Frederick Ashton è un “classico” al pari dei “pallettoni” ottocenteschi) che il mito di Cenerentola, in una situazione di verosimiglianza che fa scattare immediatamente nello spettatore il meccanismo sottile dell’immedesimazione, oltre alla fascinazione sottile e irresistibile che la nuova lettura meta-ballettistica propone, richiamando alla memoria personaggi e atmosfere di quel triste periodo, filtrate però dall’immaginario cinematografico, che da film come Ponte di Waterloo o La Signora Miniver, passano alle stravaganze spensierate di Fred Astaire fino ai tocchi crepuscolari di Breve Incontro.

Così qui Cenerentola, occhialuta e modesta, vive isolata da una famiglia vanesia e superficiale, guidata da una matrigna sensuale, mondana e futile come le dive cattive alla Joan Crawford: ha due sorelle civette ma anche tre fratelli insopportabili – tra cui un viscido feticista: nessuna pietà, se non la sua, quindi, quando alla porta bussa un giovane ufficiale della RAF, smarrito e ferito, che chiede aiuto ma che ben presto vien messo alla porta dalla famiglia indifferente. È lui il principe idealizzato, da cercare nella notte, mentre l’allarme annuncia il raid. A guidare la ragazza un “angelo custode” bianco e astratto, che scende dal camino e con la sua danza en vol, tutta calibrata sul salto e sull’elevazione, e la conduce, complice un sidecar, proprio al Café de Paris. Ma è sogno, è realtà? L’incontro con il pilota, nella sala da ballo ancora piena di vita e luminosa, e poi la notte d’amore che segue sono veramente successi? Ed è accaduto che il giovane a sua volta in cerca di lei si imbatta in sordide avventure con prostitute e delinquenti dei bassi londinesi? Oppure sono sogni fatti dalla ragazza traumatizzata e soccorsa tra le bombe da dottori e infermiere? Qualsiasi sia la verità, il destino è segnato: perché in quell’ospedale, Cenerentola ritrova il suo soldato e con lui se ne va, in un triste e dolce matrimonio di guerra, tra le coppie che si amano e si perdono alla stazione.

Il nuovo intreccio di Bourne si dipana con una chiarezza di intenti e una qualità di realizzazione di prim’ordine: stralci di danza pura, sensuale e tenera come nel duetto d’amore o nei soli dell’angelo, si fondono con citazioni dei balli da sala dell’epoca, dal jive al two-step, che dominano nella scena al Café de Paris; senza contare la strepitosa caratterizzazione di ogni personaggio, che è delineato con una capacità di sintesi psicologica e morfologica che in un batter d’occhio lo distingue e lo rende vivo e credibile. Mantenendo con rigore tutta la partitura di Prokofiev, specie nel primo atto, Bourne sacrifica l’aspetto più puramente coreografico (inteso come invenzione di danze) per delineare una strettissima sequenza di situazioni “pantomimiche” davvero speculari alle intenzioni del musicista; cosa che però rischia di impaniarlo in un reiterato bozzettismo, così come le molte danze al Cafè de Paris, alla fine risultano pleonastiche.

Si tratta comunque di peccati veniali di uno spettacolo che ha un grande respiro, un’intelligenza colta e insieme modesta per parlare a tutti e soprattutto una sincerità di emozioni che arrivano, alla fine, anche a commuovere. Bourne insomma si conferma veramente un autore di teatro di danza sopraffino e onesto nelle sue intenzioni dichiarate di “far divertire il pubblico”, ovvero regalargli la pienezza dell’illusion comique con tutti i suoi bagagli di emozioni e pensieri. Ben si capisce dunque la sua straordinaria e meritata popolarità. A suo merito va in più anche la capacità di scegliere e forgiare interpreti che restituiscono perfettamente le sue intenzioni espressive, danzando e vivendo il proprio ruolo con partecipazione reale. Il cast visto alla prima di Ravenna va lodato tutto in toto, a partire dalla matrigna di Madelaine Brennan, al romantico e intenso Pilota Sam Archer fino alla Cinderella ora grigia e anonima, poi glamour e sensuale, della tenera Kerry Biggin. Davvero artisti in piena sintonia con il mondo visionario ed emozionale di Bourne.Certo, se ,come si sente dire, il suo Dorian Gray arriverà veramente nel repertorio del Teatro San Carlo per il glamour di Roberto Bolle, bisognerà lavorare molto su questo aspetto, affatto trascurabile, per rendere pienamente giustizia a questo autore solo apparentemente “semplice”.

Visto al Teatro Dante Alighieri di Ravenna, nell’ambito del Ravenna festival 2011

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___ di silvia poletti