Recensione Il Trittico Pucciniano alla Scala

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Il Trittico Pucciniano alla Scala

Quale è l’ordito che lega le tre parti così discordanti del Trittico pucciniano, dal suo autore voluto e pensato come spettacolo unitario? Che cosa tiene insieme il cupo naturalismo del Tabarro con l’esangue crepuscolarismo di Suor Angelica e il burlesco colto di Gianni Schcchi? È difficile a dirsi. Mosco Carner, uno degli studiosi e biografi più noti, afferma che il riferimento va cercato nelle tre cantiche della Divina Commedia. Mah! Se i colori dell’inferno si addicono alla vicenda del primo, e con qualque sforzo di redenzione anche il purgatorio al secondo, come conciliare il paradiso dantesco col la beffa buffa e grulla dello Schicchi?

Meglio pensare ai generi, tragedia dramma e commedia e a quell’unità stilistica che Puccini sentiva e che mirabilmente Riccardo Chailly alla direzione ha saputo restituire attenuando i corruschi turgori del Tabarro, evidenziandone invece le venature impressionistiche e portando l’orchestra con naturalezza alle diafane delicatezze della Suor Angelica, per concludere con le smaglianti colorature e delicatezze melodiche del più celebre Gianni Schicchi. Se un rimprovero al maestro va fatto è quello, a volte, di non tener conto della capacità delle voci a disposizione; col risultato che talvolta finiva col soverchiarle. Da tal punto di vista, la prova cui ho assistito io sembra sia andata meglio della prima, dove il pubblico ha “buato” qualche interprete.

Qui, mi preme ricordare la professionalità magistrale di Juan Pons nel ruolo dell’intabarrato Michele, meno convincente la pur drammaticamente efficace Paoletta Marrocu nel ruolo di Giorgina, ma incerta nell’emissione, e sgradevole il Luigi di Miroslaw Dvorsky. Nella Suora Angelica, invece, alla bravura indubbia di Barbara Frittoli veniva contrapposta una Mariana Lipovsek, come zia Principessa, dalla voce troppo usurata, solo un ricordo di quella che fu. Meglio vocalmente tutta la compagine dello Schicchi, a partire dal protagonista, il bravo e pur sempre gigione Leo Nucci; ma da ricordare anche il Rinuccio di Vittorio Grigolo.

Dispiace invece dissentire quasi totalmente dall’impostazione registica e scenografica dello spettacolo, per l’ammirazione che da sempre nutro per Luca Ronconi e la sua scenografa, Margherita Palli. Un unico fondale squarciato per tutti e tre gli atti, il primo di colore grigio fumo, il secondo celeste, il terzo rosso a ricordare l’inferno dove il buon Dante ha sistemato il burlone Schicchi. Nello squarcio, l’arancio del tramonto nel primo, una illuminata madonna nel secondo, e infine, profilo dantesco di poi cartoline fiorentine nel terzo; in scena, invece, Ronconi evidenziava e isolava un elemento iconologico: il barcone sghembo in cui avviene il delitto di gelosia, la statua di una suorona penitentemente sdraiata, calpestata iniquamente dalle bianche consorelle e infine, nel terzo, un lettone sghembo e rosso come il fondale, con il cadavere in evidenza del Buoso Donati.

Questa terza parte del Trittico, registicamente e abilmente mossa, mi è parsa la più convincente, anche se non capisco perché, mentre tutti i comprimari sono vestiti primo Novecento, lo Schicchi arrivi in abiti ducenteschi. Assolutamente sbagliata la soluzione per Suora Angelica, il cui libretto pare una commistione del migliore Matarazzo (ricordate I figli di nessuno con Nazzari e la Sanson) con Gozzano e Palazzeschi.

Ronconi, invece di attenuare, accentua il ridicolo tardo crepuscolare della vicenda, facendo sbucare dalla cartapestona della suorona un bimbetto in carne e ossa, che sgambetta e abbraccia malamente la madre-suora, morente suicida e redenta. In realtà, Suora Angelica, nonostante una partitura di tutto rispetto, è da sempre drammaticamente insalvabile. Quanto al Tabarro, nessuno sforzo creativo, le solite figurine veriste a contorno della cruda vicenda di corna e di morte.

di piero gelli