Recensione I dieci anni dei Cantieri Koreja

I dieci anni dei Cantieri Koreja

18:04 – venerdì 08 gennaio 2010

Il calapranzi, regia di Salvatore Tramacere per Cantieri Teatrali Koreja

© Elisabetta Manta

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I dieci anni dei Cantieri Koreja

Per chi arriva a Lecce, sopraffatto dalla bellezza del mortifero barocco pugliese, entrare nei Cantieri Teatrali Koreja – un edificio ex-industriale all’immediata periferia della città – significa fare un salto geografico e temporale notevole. Come entrare in un teatro della Berlino underground, o di New York più di tendenza: insomma, entrare in uno spazio ipercontemporaneo, caldo, pieno di musica e di immagini. Il visitatore è accolto, però, con affetto tutto meridiano: segno di una cura per l’ospitalità che è rara in molti teatri italiani.

I Cantieri Teatrali, costruiti – letteralmente – dalla compagnia Koreja Teatro compiono dieci anni: oggi sono un punto di riferimento imprescindibile non solo della scena contemporanea nazionale, ma anche mediterranea e balcanica. Qui, infatti, si danno appuntamento artisti provenienti dall’Est Europa o dal maghreb, qui ci si imbatte in Iben Nagen Rassmussen, la straordinaria attrice fondatrice dell’Odin Teatret di Eugenio Barba. I Cantieri, insomma, possono orgogliosamente festeggiare il loro compleanno continuando ad essere cantiere, ossia luogo di costruzione, il che vuol dire riflessione, scambio, sperimentazione.

Per “celebrare” la ricorrenza, Koreja Teatro ha dato vita ad una sorta di “retrospettiva” mettendo in scena – a raffica – tutti i lavori più recenti. Abbiamo assistito così, nell’arco di un paio di giorni, ad alcuni spettacoli su cui vale la pena riflettere. A partire da quelli diretti da Salvatore Tramacere, che con Franco Ungaro è anima della compagnia. Con Il Calapranzi, testo scritto nel 1957 dal Nobel Harold Pinter, l’attenzione è puntata sulla violenza, subita o fatta: due killer, in attesa in uno spazio disabitato, sporco, ricevono strani messaggi cui reagiscono in modo diverso. La trama, qui, non importa poi tanto: quel che conta è la situazione, la cupa claustrofobia, il montare inesorabile della tragedia, quell’avvilupparsi in una spirale senza scampo dei due uomini.

Cosa ne fa Tramacere? Crea un prologo, un doppio astratto e algido, in cui affida a due attrici alcune delle battute dei killer, battute che risentiremo di lì a poco, con un effetto straniante di déjà-vu. Nel prologo le due donne-virago (Alessandra Crocco e Maria Rosaria Ponzetta) si seducono, in un gioco raffinato e gelido, ai limiti del sadomaso, di attrazione e repulsione. Tutto è attutito, distante, freddo. Poi le due figure femminili svaniscono e la scena si muta in un più consono interno, una stanza spoglia e squallida. Qui sono i due killer, che parlando tradiscono la loro origine: uno è salentino, l’altro calebrese. La realtà fa irruzione attraverso queste lingue impastate di povertà e di terra, di concretezza e cupezza e Pinter, acquista toni di Gomorra, di mafie evidenti e verosimili. Fabrizio Pugliese e Fabrizio Saccomanno sono bravi a tessere partiture di silenzi e scatti d’ira, di paure e sopraffazioni, di normale anormalità, connotando i personaggi non solo con asciutta adesione fisica, ma trovando nella parola dialettale l’aspra concretezza di un colpo di pistola.

Certo, il lavoro sulle radici linguistiche è caro a Tramacere. Prova ne è il bell’attraversamento fatto nella tragedia greca, con La Passione delle Troiane. Spettacolo co-diretto con Antonio Pizzicato, questa Passione miscela sapientemente tragedia attica e sacre rappresentazioni salentine, Euripide e griko pugliese, canti tradizionali e free jazz. In scena un catafalco, il cadavere di un giovane e donne nerovestite che cantano il lutto. E proprio il tragico, in questa lingua che suona antichissima e familiare, diventa musica, diventa “moroloja” che è quel canto che le donne facevano a pagamento per un morto, anche sconosciuto. In questa deriva, l’accostamento è tra Andromaca e la Vergine Maria, ossia tra il giovane e innocente Astianatte e il Cristo: il sacrificio dell’uno viene evocato e cantato così come, ogni Pasqua, si celebra la crocifissione. E il rito, allora, diventa concreta radice antropologica, riscoperta e evocazione di tante passioni messe in scena in tutto il Salento: “Passiona tu Christu” è infatti il canto dell’area grika salentina cui si rifanno gli autori dello spettacolo.

Alla fine, quel che vi è di comune e di tragico – nelle Troiane come nella Passione, come in tanti altri riti popolari – è la perdita di un figlio, il dolore inconcepibile di una madre posta inesorabilmente di fronte al lutto. La Passione delle Troiane svela intelligentemente e con grande forza l’estrema presenza del senso tragico anche nel contemporaneo: l’adesione emotiva e intellettuale, l’estrema cura non solo teorica ma anche realizzativa, fa di questo spettacolo un rito condiviso e condivisibile. Gli interpreti sono magistralmente accuditi da un ensamble musicale che inventa, sottolinea, contrappunta, racconta: da ricordare l’incredibile presenza del fisarmonicista Admir Shukurtaj che, partendo da sonorità balcaniche o popolari, è capace in un assolo di spingere la fisarmonica in territori astratti molto vicini a quelli raggiunti da Coltrane in A love supreme.

I canti e le parole di queste Troiane si mutano dunque in un concerto, in una antica ed eterna veglia, in una novena sacra e pagana: ma qui non vi è redenzione, non vi è speranza. Il morto non resuscita: resta là, nudo, composto per essere pianto, travolto dall’inutile follia della guerra. E le donne, dignitose nel loro dolore, non possono far altro che ripetere eternamente gli stessi gesti, le stesse nenie, gli stessi lamenti di questa immutabile passione. Ottimi gli interpreti, che vale citare: Maria Rosaria Ponzetta, tarantolata Cassandra; Fabrizio Saccomanno, impeccabile Corifeo; Ninfa Giannuzzi, convincente Andromaca; Emanuela Gabrieli, popolanissima e trascinante nel Coro; Silvia Ricciardelli, struggente e imprescrutabile Ecuba e Fabio Tinella, commovente Astianatte. La parte musicale, oltre al già citato Shkurtaj, vede in scena Riccardo Marconi alla chitarra e Vito De Lorenzi alle percussioni. Lasciano qualche dubbio, invece, i filmati video che accompagnano la fine, in cui si vedono riprese originali di donne salentine, forse pleonastica dimostrazione della “fonte” antropologica dello spettacolo.

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___ di andrea porcheddu