Recensione Giovani vecchi e vecchi giovani

Giovani vecchi e vecchi giovani

20:36 – domenica 19 luglio 2009

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Giovani vecchi e vecchi giovani

I giovani d’oggi sembrano aver perso completamente l’iconoclastia. Anzi, a guardare le varie tribù del contemporaneo pare proprio che abbia vinto un’iconofilia manierata e conformista anche nelle sue frange più estreme. Quella furia distruttrice, spesso fortemente politica, che voleva far crollare immagini convenzionali e luoghi comuni in nome di anarchia e libertà, si è mutata da tempo in una condivisa appartenenza e fedeltà alle immagini identificative, al marchio di fabbrica, al simbolo ottico-grafico che conforta, contrassegna, crea personalità. Allora, certo immaginario non è più ideologico-politico, ma sincreticamente funzionale all’iconografia dominante ancorché alternativa. Sempre e comunque integrata al sistema.

Varrebbe la pena soffermarsi un po’ su queste derive sociali e culturali prima di assistere a Slaughterhause di Zapruder Filmmakersgroup, visto al Festival di Santarcangelo. Si tratta, infatti, di un film in 3D, ossia un lavoro che – per gli autori – è “forma di teatro immateriale e di cinema incarnato e tattile (…) dispositivo di proiezione sintetica che attraverso la stereoscopia conferisce all’immagine la qualità del basso rilievo e opera una viva alterazione delle sue modalità di svelamento e d’apparizione”. Ora, la prima (e ultima) volta che vidi un film in 3D, con gli occhialetti d’ordinanza, avevo da poco compiuto i sedici anni, ero a Disneyword in Florida: si trattava di Captain Eo, un corto girato nel 1986 da Michael Jackson con Coppola e Lukas, al costo modico di 30 milioni di dollari. Era un gran divertimento, un vorticoso e vertiginoso gioco di prestigio, immaginifico e rutilante. Stessa cosa, per tanti motivi, non si può dire per il volenteroso esperimento di Zapruder. Film che non regge la durata di un’ora, nonostante l’ambientazione noir a tratti splatter. Eppure quell’immaginario (un po’ anni Cinquanta, un po’ sana provincia Usa o italiana, un po’ Tarantino), quel tornare al 3D sembra essere davvero frutto di una iconofilia estremamente “rassicurante”, convenzionale.

Diverso il clima che si respirava al concerto di Lawrence “Butch” Morris, improvvisazione calibratissima e concertata su testi di Giovanni Pascoli, affidata ad un compatto ed efficace ensamble con cui il musicista statunitense ha lavorato in un laboratorio di (appena) tre giorni. Il titolo recita: Coro di poeti. Conduction n° 185/I. Lo spirito perfetto e il risultato è affascinante, avvolgente, sorprendente. Guidando con garbo e ironia il gruppo, Morris – da geniale innovatore e attraversatore dei codici musicali – scompone il verso pascoliano in assonanze e risonanze, priva ogni singola parola di senso immediato salvo poi restituirlo per reiterazioni, evocazioni, sovrapposizioni. Per suoni che diventano immagini, quindi senso profondo – anche svelato o nuovissimo – per chi ascolta. Ogni parola risuona come musica suggestiva, affrontata dal coro d’attori con complicità e sapienza. Morris è un direttore d’orchestra sui generis, impone rimandi e collegamenti, ripetizioni, allitterazioni inedite, crescendi e pianissimi, legamenti e coloriture. Il verso pascoliano (tra l’altro, nella bellissima villa Torlonia di San Mauro, che fu anche casa della famiglia Pascoli) diventa quindi spezzettato rap o dodecafonia, free jazz o melodia, evoca John Zorn come Stockhausen, Ornette Coleman come Edgar Varèse, John Cage o Carmelo Bene. O, semplicemente, evoca il lungo ed appassionato percorso di Butch Morris.

E così, tanto per fare un esempio, l’arcinota La notte di San Lorenzo diventa incandescente e straniante, spostamento e slittamento continuo non solo di senso, ma di immagine e immaginario, riacquista possanza e dolorosa consapevolezza.

Di livello e compattissimo, si diceva, l’affiatato gruppo di interpreti che vale la pena citare in blocco: Michele Andrei, Michele Bandini, Valentina Capone, Valentina Carnelutti, Marco Cavalcoli, Ambra D’Amico, Andrea De Luca, Riccardo Festa, Sara Masotti, Silvia Pasello, Graziella Rossi, Giulia Weber. Applausi convinti del pubblico.

di andrea porcheddu