Recensione Geusaldo considered as a Murderer

De Lisi mentre prova al piano

© Lelli e Masotti

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Geusaldo considered as a Murderer

È andata in scena al Teatro Franco Parenti di Milano, nell’ambito del festival Internazionale della Musica, il fortunato MiTo, Geusaldo considered as a Murderer, opera di Luca Francesconi su testo di Vittorio Sermonti, col Divertimento Ensemble diretto da Sandro Gorli. Le voci erano quelle di Alda Caiello (soprano), Leonardo De Lisi (tenore, nel ruolo di Gesualdo) e Maurizio Leoni (baritono), il coro era quello dell’Ensemble Vox Altera, composto dal controtenore Massimiliano Pascucci, dai tenori Niccolò Pasello e Daniele Maniscalchi e dal baritono Matteo Bellotto. La regia infine del giovane ingegnoso Francesco Micheli. Cito tutti all’inizio per doverosa segnalazione della alta professionalità di tutti, direttore, interpreti e suonatori, meritatamente applauditi.

Eppure qualcosa non ha funzionato nello spettacolo, nonostante l’impegno degli esecutori, e quell’ora e mezzo di spettacolo è parsa più lunga di tre. Intanto. Qualcosa non ha quadrato neppure nel rapporto tra musicista e librettista. Vittorio Sermonti avrebbe dovuto introdurre la serata (e sarebbe stato utile, visto l’inafferrabilità del suo testo a una prima lettura), ma non si è presentato. Voci di corridoio parlavano di un’irritazione per il ruolo di secondo piano assegnatoli ed evidenziato dal cartellone: opera di Francesconi su testo di Sermonti. Non ha del tutto torto, perché il libretto, la sua declamazione plurilingue (italiano, latino, napoletano) riduceva la musica a una sorta di colonna sonora, talmente invadeva e predominava. E quel che è peggio, incombeva incompresa, cosicché avremmo desiderato sottotitoli, necessari a seguire non tanto gli avvenimenti, scarsi e già accaduti, ma le significazioni e i coltissimi riferimenti musical-polifonici e le citazioni testuali dai madrigali di Gesualdo. Il quale parlava spesso di morte e la giocava in convoluti barocchismi (per esempio: S’io non miro non moro/ non mirando non vivo). E Sermonti: Ecco morirò dunque! Ne fia che pur rimire/ tu ch’ancidi mirando il mio morire.

Testo quindi di difficile accesso, che dà per scontato l’atroce storia che rende così affascinante la vita di questo compositore (qualche anno fa perfino il regista Bernardo Bertolucci pensava di ricavarne un film). In sintesi: Carlo, principe di Venosa (1560-1613) uccide nel suo palazzo di Napoli (oggi in Piazza del Gesù) la moglie-cugina Maria D’Avalòs, sorpresa con l’amante Fabrizio Carafa. In realtà l’uccisione fu a freddo, meditata – Carlo Gesualdo trascurava la consorte e i due amanti si amavano davvero fino a rischiare il tutto per tutto – e condotta con accompagnamento di sicari, e non fu tanto per la gelosia quanto per l’onore. Gesualdo scappò da Napoli, non certo per scampare alla giustizia quanto piuttosto alla vendetta dei nobili parenti dei due assassinati. In ogni modo a Ferrara si risposò con Eleonora d’Este, diventò amico di Torquato Tasso e trascorse gli ultimi anni della sua vita scrivendo madrigali bellissimi e cercando perdono ed espiazione, nel suo castello in Irpinia.

Di tutta questa vicenda e tragedia, degna di un melodramma ottocentesco, non si dà niente, né musicalmente, né teatralmente. Quello che qui si inscena è la rappresentazione di una “messa in scena”, o frammenti di questa, attraverso il balbettare canoro del protagonista, del servo nano e della serva Silvia, unica spettatrice della mattanza, e attraverso un susseguirsi di immagini che alternano uno pseudo Dalì a particolari di Caravaggio o citazioni da Füssli. E perché? Nonostante l’ingegno e la bravura del regista nell’animare quel mondo di reclusione, l’operazione aveva un sapore Kitsch-ingenuo; a cominciare dal titolo, che parafrasa De Quincey.

La musica di Francesconi, con gli ormai lontani echi di Stockhausen e quelli più ravvicinati di Corghi, è abilissima e, talvolta, efficacissima nel fornire equivalenze elettroniche all’audacia contrappuntistica di Gesualdo, nel rivestire la disperazione dei personaggi di accensioni espressive. Straordinariamente belli mi sono parsi certi momenti polifonici. Ma tutto procedeva all’esterno di quello che si vedeva e capiva. È come se regia, testo poetico e parte musicale procedessero ognuno per conto proprio. Sarà per un’altra volta!

di piero gelli