Recensione Eduardo e Bernhard secondo Cecchi

Eduardo e Bernhard secondo Cecchi

23:50 – sabato 15 dicembre 2007

Claus Peymann… Nella foto, Carlo Cecchi ed Elia Schilton

Sik Sik. L’artefice magico. Nella foto, Carlo Cecchi e Angelica Ippolito

Vuoi ricevere quotidianamente le ultime recensioni nella tua casella di posta? Registrati e attiva il servizio

Eduardo e Bernhard secondo Cecchi

Non era un’inaugurazione, non era una riapertura ufficiale perché in realtà il cantiere è ancora aperto, e da qui a fine stagione, quando il progetto verrà portato a compimento, restano ancora molti lavori da ultimare: però, di fatto, il Teatro Franco Parenti sta uscendo dal tunnel delle ristrutturazioni, e nel suo nuovo aspetto – legno grezzo e mattoni, bellissimo – torna a svolgere, seppure non continuativamente, il proprio compito, che è quello di accogliere spettacoli. E il primo di essi, non a caso, è un “dittico” di Carlo Cecchi sul teatro stesso, che mette insieme curiosamente tre scenette di Thomas Bernhard e un atto unico di Eduardo.

Entrambi i testi l’attore-regista li aveva già affrontati negli scorsi anni, ma inedita è l’idea di riunirli in un’unica serata. Di Eduardo Cecchi ha scelto Sik Sik l’artefice magico, che è una piccola pièce molto emblematica, amatissima dall’autore e recitata fra l’altro anche da Franco Parenti: al centro dell’azione, farsesca ma non priva di una punta di malinconia, c’è un illusionista da strapazzo che, dopo avere rimpiazzato il “compare” addetto ad assecondarlo nei suoi miseri trucchi, se ne ritrova in scena due che litigano fra loro, mandandogli a monte tutti i giochi. Cecchi ne accentua le componenti burattinesche, puntando su una colorita stilizzazione.

Dove però il suo estro si dimostra più vivace che mai è nei tre “dramoletti”, i folgoranti frammenti di Bernhard in cui l’autore austriaco rappresenta un suo celebre regista, Claus Peymann, nel momento in cui assume l’incarico di direttore artistico del Burgtheater di Vienna. “Veri” sono i personaggi raffigurati, Peymann, la sua segretaria, lo stesso Bernhard che lo accompagna al ristorante, “vere” le situazioni portate alla ribalta, la valigia da preparare, l’acquisto di un paio di pantaloni: ma Bernhard con la sua ossessiva ripetitività, con la sua febbrile esasperazione dei dettagli irrilevanti vi immette una nota febbrilmente paradossale.

Le tre mini-storie, benché esigue, sembrano un concentrato delle sue ossessioni ricorrenti, l’orrore del teatro e dei teatranti, l’odio per l’Austria e gli austriaci, tutti nazisti o ex-nazisti, l’ansia della partenza, pari solo all’ansia dell’arrivo. A queste si aggiungono altre irresistibili fissazioni, come la convinzione che si muoia nelle cabine di prova dei negozi, e qualche caustico guizzo sul mondo della scena, il più esilarante dei quali è l’idea di Peymann di proporre tutto Shakespeare in una sola sera (compresi i sonetti). A colpire è soprattutto il ritmo impresso da Cecchi a questi dialoghetti, ricavandone effetti di insolita, stralunata comicità.

di renato palazzi