Recensione Complexions, dagli Usa con ardore

Complexions, dagli Usa con ardore

20:36 – lunedì 28 febbraio 2011

Complexions Contemporary Ballet

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Complexions, dagli Usa con ardore

Complexions, la compagnia multirazziale fondata sedici anni fa a New York dai due superlativi danzatori afroamericani Dwight Rhoden e Desmond Richardson, è una perfetta rappresentazione della visione della danza euforica, energizzante, ad altissimo livello tecnico e interpretativo tipica dell’attuale panorama statunitense.

Un gruppo di danzatori di diverse etnie e fisicità, capaci di passare con assoluta nonchalance dalla tecnica classica più virtuosistica ai fondamenti purissimi della storica modern dance, al jazz e free style fatti come Dio comanda, il tutto declinato a velocità irresistibile, con uno sciorinio di energia e una prova di tenuta fisica davvero magistrale. E in più, in ogni momento dell’esecuzione, con uno specialissimo “attack”- come lo chiamano gli americani – ovvero quel piglio che sottolinea gli accenti, il ritmo, l’impulso del movimento e lo fa vibrare nell’aria e nello spazio, con effetti corroboranti anche nello spettatore.

Per una serata esilarante e di ottima danza, dunque i Complexions sono assolutamente da vedere, anche se le coreografie di Dwight Rhoden mancano, tutto sommato, di quell’esprit de finesse che noi europei sappiamo ben apprezzare. Non che siano grossier: diciamo che forse sono un po’ ingenue. Nel senso che nella loro intenzionalità espressiva tendono ad affastellare, ansiosamente, i più diversi linguaggi coreutici (con annessi clichés stilistici ed estetici) quasi che solo di per sé – senza cioè il filtro di una intenzione drammaturgica – essi fossero significanti di quanto Rhoden vuole esprimere. Lo si vede bene in Mercy, primo titolo del trittico che Complexions propone nella sua tournée italiana (ultime date il 15 e 16 al Rossetti di Trieste e il 18 al Bonci di Cesena), dove un mix variegato di canti islamici, temi ebraici, musica sacra di ascendenze cristiane, gospels e via dicendo, suggeriscono evidentemente il tema spirituale affrontato e la preoccupazione – davvero frequente oggi, nel teatro di danza americano post 11 Settembre – di sottolineare la tolleranza religiosa e di fatto la comunanza spirituale degli uomini di qualsiasi fede. Al crogiuolo musicale corrispondono sequenze nelle quali Rhodes attinge a tutto il suo bagaglio di riferimenti coreografici: c’è l’Alvin Ailey più amato dei gospels danzati in gonne turbinose; c’è Limon e la sacralità del gesto; ma anche la Graham di Lamentation e molto molto altro.

L’effetto è roboante e come dicevamo un po’ ingenuo agli smaliziati occhi europei e la lunghezza del pezzo rischia di renderlo alla fin fine pleonastico e noioso, anche se, come dicevamo, i danzatori – sezione maschile in testa – sono incredibilmente coinvolgenti (e peccato che al Giglio di Lucca, dove abbiamo visto lo spettacolo, mancasse la star Richardson, presente invece altrove).

In questo senso, anche se il riferimento è anche qui evidentissimo – si parla di William Forsythe e tutto il postclassicismo a lungo frequentato, appunto, dallo stesso Richardson nei suoi anni a Francoforte – meglio Hissy Fits, esercizio di stile in balletto contemporaneo, con tutti gli annessi e connessi (uso mirabile dell’oscurità e dei chiaroscuri dell’ottimo light design, che esaltano muscoli, tensioni e dettagli della danza; “legati” tipici nei duetti con contrappesi e tensioni centrifughe nelle prese delle coppie; destrutturazione della Ciaccona di Bach, come già fece Forsythe stesso in Steptext).

Infine Rise su songs degli U2, chiude lo show con una sana declinazione di guizzi, tourbillon di salti e giri, easy dance e bravura. Nessun lirismo per questi ragazzi e ragazze danzanti: ma grande gioia e dedizione alla loro arte e una sferzata di energia che fa muovere, nei palchi e in platea, anche le signore – e i signori- più agèe, stampando sulle facce un bel sorriso di compiacimento e di condivisione.

Visto al Teatro del Giglio di Lucca

di silvia poletti